IL PREZZO DEL SUCCESSO
Scritto da Stefano Zuccalà    Mercoledì 27 Luglio 2011 16:46    PDF Stampa E-mail
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Percorrevamo il corso, a piedi. Senza dire una parola. Ad ogni vetrina Maria si fermava a specchiarsi. Faceva finta di dare un'occhiata distratta alla merce esposta. In realtà, cercava di trovare il punto esatto in cui afferrare il proprio riflesso, sul vetro. Allora si assicurava di essere a posto. Velocemente, tornava a muovere un passo. Come se nulla fosse accaduto. Da quella mattina aveva un nuovo taglio di capelli.
C'era poca gente, in giro, alle quattro del pomeriggio. Raggiungemmo il porto. Ci infilammo in un bar. Dissi a Maria che avrei preso un decaffeinato. Anch'io, mi rispose. Le dissi che avevo deciso, dalla mattina di quel giorno, di bandire la caffeina e l'alcool dalla mia vita. Definitivamente. Lo dissi seriamente, credendoci - fosse pure un solo istante. Lei mi sorrise, di pietra. Disse che quella stessa sera, o al massimo il giorno successivo, avrei cambiato idea. Lo disse senza che potessi appellarmi a niente. Quella sua aria di sicurezza mi infastidì. Alla cassa arrivò il mio turno. Pagai due decaffeinati.
Ci sedemmo. Il tavolino accanto al nostro era occupato da tre pescatori. Già a quell'ora erano mezzi ubriachi. Per un attimo sentii di essere un vero gentleman. Perfettamente sobrio, stirato nei tratti. Sentii di avere l'aria di uno che non aveva capito niente della vita, ma che proprio per questo motivo poteva permettersi di assecondare la tranquilla austerità di due polsini di camicia. Ero sereno, forse. L'aria pettinava i miei occhi senza stridere sulle ciglia. Ero sereno, certo.
I tre pescatori avevano le facce devastate dal vento. Uno di loro aveva un occhio pesto. Proprio questo si alzò dalla sedia. Soffiò di fatica la vita dal naso. Poi raggiunse il bancone, prese un amaro e tornò al suo posto. Nel frattempo gli altri lo avevano tenuto d'occhio. Non lo avevano mai perso di vista - ma assenti.
Maria era impegnata a specchiarsi nella vetrinetta accanto. Le dissi che mi sarebbe piaciuto andare al cinema. Magari quella stessa sera. Lei si voltò verso di me con aria interrogativa. Forse a lei, ormai, non importava più niente di noi. Non rispose. Bevvi l'ultimo goccio di caffè. Forse a lei, ormai, importava solo l'uscita del suo prossimo disco. Due sere prima si era esibita all'Apocalisse, e io avevo bevuto fino a non sentire più niente. Più niente. Nemmeno la sua voce, che per i miei gusti si impennava troppo spesso in gorgheggi inutili. L'avevo guardata ondeggiare, e la mia mente aveva ondeggiato con lei. Avevo continuato a ordinare drink su drink. Avevo pregato per tutto il tempo che quella noia inghirlandata passasse il prima possibile. Avevo infilato la mano sotto la giacca, sotto lo sbuffo del taschino di sinistra, per cercarmi il cuore.
Il pescatore dall'occhio violaceo si alzò nuovamente. Prese un altro amaro e tornò al suo tavolino. Fra i tre, era l'unico elemento dinamico. Collegai quel dinamismo ai bicchieri che scolava. Collegai il livido sul viso a quel dinamismo, portatore di un probabile eccesso di zelo che, in circostanze adatte, poteva diventare rissosità.
Maria mi disse di essere preoccupata per l'uscita del disco. Sperava che questa volta il suo nuovo album potesse raggiungere "quante più orecchie possibile". A quel punto non potei fare a meno di immaginarle, tutte quelle orecchie. Padiglioni auricolari di tutti i tipi. Timpani più o meno sensibili. Migliaia e migliaia di parole entrate e mai più uscite. Rumori di ogni genere. Il dolore dell'ascolto, della fortunata condanna a non poter esautorare la realtà intorno. Una realtà sonora, quasi del tutto.
Dissi a Maria di stare tranquilla. Di avere fiducia, ma di restare in guardia. Accennai al facile gioco dell'incoraggiamento. Le ricordai, tanto per non dire nulla di nuovo, che il mercato discografico era in crisi. Le dissi che l'importante era continuare a suonare in giro, ad esibirsi. Sei una musicista di razza - aggiunsi - non puoi scoraggiarti proprio ora, anche se non vai oltre un riscontro locale. Ci saranno tempi migliori, vedrai. Fidati di me. Fidati di te stessa. Buono il caffè, vero?
Maria si specchiò di nuovo sul vetro accanto, distante. Percorse con gli occhi i contorni del proprio viso riflesso, poi abbassò lo sguardo. Disse che doveva fare pipì. Si alzò, e si diresse verso il bagno. Fu costretta dal poco spazio a sfiorare uno dei tre pescatori devastati dal vento. Non quello con il livido, ma quello che aveva appena posato un giornale sfogliato di fretta. Tutti e tre seguirono Maria con lo sguardo, fin quando lei non sparì oltre la porta in fondo. Poi tornarono a se stessi, muti.
Non doveva essere facile, pensai, avere a che fare con quintalate di raffiche di aria sparate sulla faccia. Le parole, a quei tre, dovevano necessariamente essergli marcite dentro, e forse non era neanche un peccato. Controvento, pensai, si può solo comunicare con ciò che resiste alle proprie spalle. Oppure le parole ti vengono sbattute sulle guance. Spesso, sicuro, si è costretti a ringoiarle. Al confronto con quei tizi, mi ritenni fortunato. Fortunato di possedere ancora il gusto del niente che esce dalla bocca. Ma - lo scarto era tutto qui - quel niente usciva. Come un canto inutile. Come il canto di Maria.
Il suo primo album risaliva a tre anni prima. Si intitolava Il mio amore è una crisalide. L'avevo conosciuta per caso, proprio mentre gironzolava in un negozio di dischi per verificare l'eventuale quantità di copie presenti. Il secondo album invece, uscito un anno e mezzo dopo, più o meno, era Canzoni per voi. Bel titolo di merda. Ma i pezzi contenuti in Canzoni per voi mi piacevano di più. Anche perché, nella stupidità della nostalgia, li associavo a un periodo migliore. Non c'era ansia, allora, di dimostrarsi nulla. Ci si teneva per mano, qualche volta, nella perfetta leggerezza delle braccia.
Maria tornò dal bagno proprio mentre scrutavo le mie braccia, tenute in grembo. Sembrava più distesa di pochi minuti prima. Pensai che comunque era inutile rinvangare il passato. Eravamo lì, in un bar del porto. Sempre noi, noi. Solo un po' più battuti dal tempo. Ma dovevamo ritenerci fortunati - osservai di nuovo i tre pescatori - a non avere il vento contro, giorno dopo giorno, ora dopo ora a stringere i denti e a socchiudere gli occhi. Socchiudere gli occhi. Mi venne voglia di un whisky. Cercai di trattenermi. Era una questione di stile, adesso.
Maria si accarezzò i capelli, dietro. Mi sorrise, mentre la guardavo. Poi il suo viso si irrigidì di nuovo, ma lentamente. Lentamente: dalla leggerezza alla pietra. Mi disse che due sere prima, all'Apocalisse, io mi ero ubriacato mentre lei cercava solo di tirare su qualche soldo. Mi disse che era un comportamento inaccettabile. Che potevo anche darle un po' di appoggio spirituale, durante le esibizioni. Altrimenti che me ne restassi a casa, o che uscissi con qualcun altro.
Era una vecchia storia, questa. Sorrisi, debole. Le ripetei che non avrei più toccato un goccio d'alcool. Te lo giuro, Maria. Fidati. A meno che - dissi - tu non mi diventi una star.

Tratto da: Il conto degli avanzi, in uscita per Lupo editore

 

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