| L'ANNO DEL SERPENTE | ||||
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Non stava più nella pelle. In effetti, ne era uscito. Come gli capita sempre, del resto. Che poi dire sempre è forse eccessivo. Ma almeno due o tre volte l'anno sì, questo è vero. Va fuori di testa. Così, semplicemente. A seguire, tutto il resto. Si agita, si strofina e tanto fa che ci riesce: sguscia per prima la bocca, per ultima la coda: il colpo finale chiude il numero e sparge meraviglia, quando non diffonde veleno. Dicono lo faccia per stare meglio, per crescere. Per rinnovarsi. Stringi stringi, lo fa per sopravvivere. Uno spettacolo della natura. Muta. Così si chiama. Non la natura, ma lo spettacolo. E tuttavia, siccome si ripete, spesso e per tutta la specie, è chiaro che muta assai poco: i soggetti sono tanti, il copione identico. Muta-azione in moltiplica-azione. Tutto cambia, ma è solo apparenza. Di fatto tutto resta. Com'è. Una generazione terra terra. Una vita a pancia in giù. Serpenti.
L'invisibilità al momento giusto. Primo requisito, strisciare. Come condizione esistenziale. Polvere e briciole per alimento. A quelle altezze se ne trovano in quantità inaspettate. Attenzione, no, non sono bassezze: dirlo sarebbe ingiusto. Seguire l'istinto, per lui, è obbedire a un ordine superiore. Alto, ecco. L'evoluzione plasmata dai millenni non è uno sforzo trascorso invano. Sono i geni a dettare l'azione, come quando gli capita di ingoiare un rospo. Anzi due, anzi tanti. Al punto che neanche se ne accorge. Ingoia e ingrassa. La catena alimentare lo pone in posizione privilegiata. Spazzatore universale. Un folletto, insomma. Di bosco e sottobosco. Applicazione multiforme. E multistrato. Versatilità globale: si allunga, si arrotola, si stira, si avvolge, si svolge. Come un tappetino. Resistenza invidiabile: sopporta le intemperie, sopravvive alle stagioni. Se non ha un tetto, trova sicuro riparo in una poltrona sotto cui accovacciarsi. Fibra eccezionale. La moda ne ha fatto un must: sembra un destino segnato, una maledizione per la razza, una promessa di estinzione; invece lui ne ricava prestigio e notorietà: borse, con la variante di portaborse; scarpe, anche con applicazione di lustrascarpe. Sul mercato i modelli variano, i prezzi anche. Ma non è tipo da vendere cara la pelle. Ma neppure di rimettercela. Solo, la cambia. Restando uguale. Coerente fino in fondo. Spire tante. E la sua a-spirazione, del resto, è evidente: stringere. Qualcosa. Ma non spira; bisogna farsene una ragione. In compenso, è per lo più silenzioso. Ma quando parla è un vento che soffia rapido, ti infila in contropiede e sibila. Doti rare. La lingua è sciolta. E di solito, per non restare a corto di argomenti, ne tira fuori una che sembrano due. Una punta guarda a sinistra, l'altra a destra. I bivi che pone la vita sono imprevedibili. Essere pronti a tutte le soluzioni rende immortali. E vincere la scommessa con l'eternità ha risvolti interessanti: si allunga l'esistenza, si allarga il conto in banca. Lui preferirebbe il mattone, soprattutto per non lasciare tracce. Ma i rovesci della sorte possono essere deleteri: se qualcuno rivolta la pietra sotto cui si annida, scoprirebbe anche il tesoro ammonticchiato. E buonanotte ai suonatori. Che poi proprio questi, i suonatori, sono tra i nemici giurati. Ce ne sono alcuni che li incantano. E incantare i serpenti è arte sopraffina. Un po' come rubare ai ladri. C'è un fondo di giustizia in tutto questo. Ma è difficile, molto. Almeno qui. Altrove chissà. Incantarli, insomma. Non è che sia semplice. Occorre un flauto e qualcuno che sappia suonarlo, ma bene, come una nenia, un'eco lontana, un suono del tempo andato. Un indiano? Qui molti lo sono. Almeno così si sussurra: quello fa l'indiano... quell'altro anche... quell'altro ancora non ne parliamo... Chiacchiere. E poi, anche se fosse: qui? Proprio qui? Mmh, difficile riesca nell'impresa. Da noi l'evoluzione della specie ha prodotto menomazioni che rendono il rettile invulnerabile. Strano? Insomma. Il tipo più diffuso (nome scientifico surde anguis, nome volgare scurzone surdu) è refrattario per natura ai richiami. Oddio, lo è anche a quelli della coscienza, sempre che ne abbia una. Sornione e indolente, va per la sua strada. L'estate lo ha colto di sorpresa, con un residuo di sonno da smaltire. Ma sia, gli è bastato poco per adeguarsi alla stagione. Al tempo. All'aria che muta, appunto. Il cambio di pelle è la prova generale per l'invernata che lo aspetta. Quest'anno ci sarà da lavorare. Freddo o non freddo, niente letargo. Ha lasciato intatta la sua ultima scorza per esibirne un'altra, più splendente e levigata. E già lavora per i nuovi abiti da tirar fuori, quello giusto al momento giusto. All'apparenza diversi, in sostanza uguali. A righe, gessati, pezzati, rossi, verdi, azzurri, tricolori, a stelle e strisce, con burqa, con kefiah, con testa pelata in bella vista o col tatuaggio del Che. Quando sarà il momento di rinnovare, lui che è maestro in materia, saprà da quale parte volgere lo sguardo, il cuore, il portafoglio (pelle della stessa pelle). Dicono che in versione domestica viva in teca. Ma è nelle urne che lui si moltiplica. E qui, a breve, hai voglia quante se ne schiuderanno.
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