| Nicola Andrioli | ||||
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Il panorama jazzistico salentino è in salute. Sarebbe difficile fare l'elenco dei nuovi musicisti che si sono affacciati sulla scena negli ultimi anni. Merito anche del lavoro della Dodicilune records che è diventata punto di riferimento per molti. Uno dei migliori pianisti in circolazione è senza dubbio Nicola Andrioli, brindisino di nascita e, ormai, parigino di adozione che ha da poco pubblicato (sempre per la Dodicilune) Alba. Come mai hai scelto la formula del trio? È stata una scelta dettata dai brani in scaletta o, più in generale, ti rappresenta di più rispetto ad altre formazioni? Ben detto, la formula del trio è stata dettata dai brani che ho composto, anche se alcuni non erano stati pensati in origine specificatamente per trio (come Chianti). Osservando i tuoi trascorsi saltano subito all'occhio eccellenti risultati nell'ambito della musica classica. Quanto influiscono sulla tua espressione musicale? Cosa ti ha fatto avvicinare al jazz? Il mio cammino musicale è cominciato in modo assolutamente spontaneo. Ho respirato musica fin da piccolo in casa (mio padre è un sassofonista, mio zio un batterista/pianista, e mio nonno era un contrabbassista) e questo approccio naturale verso la musica mi ha fatto conoscere da subito l'improvvisazione, come maniera di "giocare" con i suoni: suonavo, senza avere nessuna conoscenza tecnica e teorica, fino al momento in cui mio padre decise di farmi studiare la musica e iniziare un percorso conoscitivo e professionale. Così mi sono avvicinato alla musica classica e allo studio dei grandi compositori, e allo stesso tempo coltivavo la musica che sentivo dentro di me. Spesso, durante lo studio di opere classiche mi veniva spontaneo cambiare qualcosa dello spartito, o semplicemente rivoltare gli accordi o aggiungere qualche piccola estensione per colorare e personalizzare la pagina musicale (concedendomi a volte troppe licenze). Non ho scelto di fare jazz, ma ho fatto sempre musica attraverso una certa filosofia jazzistica, di personalizzazione e di liberazione. Hai collaborato e studiato con grandissimi nomi della scena musicale: da quali hai tratto maggiori benefici dal punto di vista umano e musicale? Ogni grande artista ha qualcosa di personale, ed è questo che lo rende "grande". Ultimamente ho avuto la fortuna di suonare con Billy Hart e Dave Liebman e da loro ho imparato come si possono rompere le barriere che noi stessi ci costruiamo: attraverso la loro profonda conoscenza musicale giungono facilmente al di là della musica stessa, intesa come arte dei suoni: essa è la strumento per vedere se stessi, in unione all'esistenza globale. Suonare con loro significa esprimersi con tutto te stesso , al di là dell barriere (sia dal punto di vista tecnico che da quello sociale) e donare. La società attuale ci insegna la competizione, il successo, la sfiducia, il giudizio: questi sono tutti elementi che non devono esistere durante una creazione artistica, soprattutto in una creazione collettiva come il jazz. I grandi ci insegnano questo: guardare se stessi attraverso una visione globale, di comunità. Stai sperimentando alternativamente due realtà antitetiche: Brindisi (la tua città nativa e di "crescita musicale"') e Parigi (nella quale stai frequentando il corso di perfezionamento di jazz presso il Conservatorio Nazionale Superiore). Ci puoi descrivere i pro e i contro delle due città, dal punto di vista di un musicista jazz? Brindisi è la mia città natale, dove ho fatto le prime esperienze di vita: la famiglia, gli amici, le persone importanti, le esperienze di "strada", il mare ed il sole. Questo è stato il primo approccio alla vita, i primi suoni che ho udito, quelli che restano dentro come una dolce eco. Parigi è invece la città della conoscenza e della specializzazione artistica: alte scuole di jazz, enormi biblioteche e discoteche, la possibilità di frequentare Masterclass con i grandi della storia del jazz. Insomma Brindisi non può competere con Parigi per quanto riguarda le strutture e le quotidiane esperienze artistiche che la città offre, ma allo stesso tempo Parigi non ha il mare, o la nostra luce, o la nostra semplicità (e credo che la politica abbia l'obbligo di tutelare la nostra terra). Credo che un artista non debba mai finire di chiedersi, non sotto un aspetto meramente settoriale e tecnico-razionale, ma inteso come domanda/scoperta. In questo modo la profonda conoscenza dell'arte andrà al di là dell'arte stessa. Per chiudere, in quanto chitarrista, mi permetto di chiederti di parlare della tua predilezione per le composizioni di Pat Metheny, e allo stesso tempo di indicarci una rosa di tuoi musicisti preferiti. Il mio primo musicista preferito è stato Pat Metheny, il primo che ho amato. Con lui ho conosciuto la Fusion, successivamente distaccandomi da questo genere e dall'approccio che Pat mi ha insegnato. Ora ascolto di tutto e non solo jazz: amo la musica africana, la musica classica del 900, il jazz degli anni 60 e 70, Miles Davis e Coltrane. Marcello Zappatore
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