Scritto da Administrator
Giovedì 09 Febbraio 2012 19:29
Nove febbraio, 15.30, l’intervista è al telefono, tre-quattro-otto eccetera. Squilla; all’altro capo, accento toscano, pronuncia strascicata, è per forza lui, Bobo Rondelli. Il cantautore che aveva picchiato la testa sarà in Puglia per due date, venerdì 10 alla Casa delle Arti di Conversano, e sabato 11 alle Officine Cantelmo di Lecce; dopo averlo variamente ascoltato nei suoi quattro dischi e nei passaggi in radio e in tv (da Bollani, dalla Dandini), c’è voglia di conoscerlo meglio. Comincia l’intervista. Lui è gentile, dice di dargli del tu e di chiamarlo Boboianni. Mah. Dopo cinque minuti buoni, il telefono passa di mano. «Scusa, eh. E sc’è qui il mio amico Andrea Rivera, quello dei citofoni, lo ‘onosci? E gli piasce far gli scherzi… Son io Bobo». E ora chi ci crede più, a far le domande serie. E poi, siam mica nati ieri, fuori le prove, con chi parliamo? «Sono Marcello Mastroianni». Eccolo lì, Bobo Rondelli, cinquant’anni, livornese, cantastorie e saltimbanco, figlio illegittimo di Mastroianni per il suo modo perfetto d’imitare il celebre attore, cadenza, timbro e tutto (tanto da avergli prestato la voce nello spot della Citroen DS3, quello in cui Marcello dice: vivete la vita, adesso). Non ha bisogno d’altro, Rondelli, per conquistare le persone, deve solo essere se stesso e parlare di sé, raccontando l’amore e la malinconia del suo ultimo disco, “L’ora dell’ormai”, il rapporto con la sua città e col suo pubblico. Così, senza fretta.
Torniamo seri, Rondelli, ché “L’ora dell’ormai” suona come il tempo in cui è troppo tardi. E non c’è granché da ridere... L’ora dell’ormai esprime quello che io definisco un esistenzialismo western. Si dice ormai quando è finita, quando siamo alla frutta, quando l’amore è passato, perché quando una storia finisce c’è sempre quel momento in cui si va e si torna, ed è il momento più terribile. Ma l’ora dell’ormai è anche quel tempo in cui si ammette che è troppo tardi, che bisogna andare avanti, ripartendo da qualche altra parte. Quindi forse, l’ora dell’ormai, è anche il momento in cui si risorge, si esce dalla sofferenza e si continua.
In questo disco, come già nel precedente “Per amor del cielo”, l’ironia amara tipica dei tuoi testi appare come sopita, e l’amore diventa l’ispirazione maggiore. Perché parlare d’amore adesso? Probabilmente dipende dagli anni, ne ho quasi cinquanta, ho accumulato molte esperienze e credo anche di aver fatto soffrire molte persone. Spesso una canzone è anche un modo di chiedere scusa, oppure di avvicinarsi a quelli a cui teniamo; quando si soffre per amore si diventa anche dolci, e malinconici.
Gli ultimi due dischi nascono da vicende sentimentali difficili: un matrimonio fallito, un’altra storia finita male. Che momento stai vivendo adesso? Vivo alla giornata, senza aspettarmi niente, cercando di godermi quello che viene.
Sono passati dieci anni da “Disperati, intellettuali, ubriaconi”, e l’impressione è che i tuoi ultimi lavori siano orientati a una progressiva semplificazione: nei testi, negli arrangiamenti, nelle storie. È così? Sì, è così. Ho smesso di cercare la frase a effetto, e ho cominciato a concentrarmi di più su un’elaborazione sonora e musicale della parola. Ho cominciato a cercare canzoni che sembrassero canzoni e non poesie.
Da Stefano Bollani in poi, il tuo percorso è stato costellato da collaborazioni con musicisti che operano in vari ambiti musicali, dal jazz all’avanguardia; penso a Dimitri Grechi Espinoza, o a Simone Padovani e Beppe Scardino (che sono anche nella Cosmic Band di Petrella), per dirne alcuni. Oltre a essere tutti livornesi (puri o adottivi), che cos’altro vi accomuna? Ci accomuna il fatto di ritrovarci insieme al bar e fare musica, o il poter parlare di Beatles, Rolling Stones o Radiohead, senza steccati. A me piacciono i Soft Machine, Duke Ellington, anche se sono forse più un ascoltatore pop. È passato il tempo in cui si respirava musica a settori, e con loro c’è uno scambio reale: loro suonano con me, o io recito una poesia durante un loro concerto, spesso troviamo gli uni nell’altro quello di cui abbiamo bisogno.
In questo disco c’è un brano, “Livorno Nocturne”, che fa una descrizione appassionata, malinconica, quasi struggente della città. Riporta a quel legame così speciale che aveva De André con Genova, Izzo con Marsiglia. Ci si può sentire legati a una città come e più che a una persona? La città stessa non è altro che un insieme di persone, ma è vero che si può sentire legati a un luogo come a nient’altro. Nel caso di queste città, e di Livorno, credo che tutto dipenda dal mare. Si ha sempre questa sensazione di esserci e di non esserci, o di poter toccare, attraverso il mare, posti lontani e sconosciuti. È come bagnarsi nell’acqua che toccò Ulisse, come essere sempre in presenza di un’entità divina e potente che ci porta da un’altra parte. Non credo potrei mai vivere lontano dal mare.
Storicamente, poi, Livorno è anche una città che ha precorso i tempi dello sviluppo democratico. Sì, Livorno ha questa storia particolare, di grande modernità che risale alla fine del ‘500, quando furono scritte le Leggi Livornine che garantivano libertà di culto, di professione religiosa e politica, abolivano la pena di morte e la schiavitù e che poi hanno ispirato le leggi di Washington. Sulla carta, sono ancora oggi leggi democraticamente valide, ma non è davvero così. In una forma più subdola, gli schiavi ci sono ancora, purtroppo. Sono negli immigrati, in quelli che lavorano nei campi estivi di raccolta della frutta, in tanta gente che viene sfruttata.
Com’è stato crescere lì? Livorno è sempre stata una città tranquilla, nessun fatto di cronaca, i ragazzi e le ragazze avevano molta libertà, potevano starsene in giro senza problemi. Potrei dire, parafrasando Celentano, che Livorno era una città di “gente tranquilla che non lavorava”...
Tu lavoravi, però… Sì, ho lavorato nei cantieri, come manovale, muratore, e poi lavavo le macchine, ho fatto il postino, molte cose; e poi mi sono diplomato come maestro elementare. A un certo punto ho deciso di mettermi a suonare, e qualche volta ho fatto anche piccole parti a teatro. Da allora faccio anch’io parte della gente tranquilla che non lavora...
Quando parla di te, la critica abbina spesso i termini “geniale” e “artista”; tu, però, preferisci definirti un artigiano, e la differenza è tutt’altro che sottile. In cosa ti senti un artigiano? Nel fatto di sentirmi un povero cristo che racconta delle storie, cucendole insieme, come un artigiano. Nel fatto di essere vicino alla gente per raccontare le sue cose. Ieri sera leggevo una poesia di Majakovskij che racconta di operai incazzati col poeta che non lavora e non fa niente di utile. Lui invece dice che il poeta pesca le anime, quindi fa un lavoro manuale (pesci, anime, è la stessa cosa).
Qualche tempo fa ti definivi un precario della musica; di fatto il documentario “L’uomo che aveva picchiato la testa” di Paolo Virzì ha contribuito a diffondere di più il tuo nome e la tua musica fuori dai circuiti toscani. Ti senti ancora un precario? Forse adesso mi sento più un operaio specializzato; ma poi il problema è quanto dura questa fase, come viene recepito un disco, le cose possono cambiare da un giorno all’altro. L’inverno, per esempio, è sempre un po’ rosso, non si suona mica tanto, si gira in formazione ridotta, sennò mica ce la fai. Io comunque continuo a fare le cose che so fare, ho una vita normale, pago gli alimenti.
In tutti i tuoi concerti stabilisci un rapporto molto stretto con il pubblico, un po’ come se quel palco fosse casa tua, e tu volessi farci stare tutti dentro. Che momento rappresenta per te il live? Mi diverto molto, faccio quello che mi piace, racconto le cose come viene, il viaggio col furgone, com’è andata la giornata, annuso il pubblico, lo prendo in giro. Ho una scaletta, ma non sempre la seguo, mi prendo molta libertà perché non sento di dover dimostrare niente. Dipende molto dal mio umore. L’estate scorsa, per esempio, facevo un numero che si chiamava “La donna più pelosa del mondo” e a un certo punto mi sono spogliato nudo sul palco. I giornali ne hanno parlato e la gente si è divertita. Delle canzoni non gliene frega niente a nessuno.
Tempo fa, Stefano Bollani, ricordando l’esperienza di “Disperati, intellettuali, ubriaconi” diceva di te se avessi creduto di più nella forza delle tue canzoni non avresti sentito così spesso il bisogno, sul palco, di distrarre il pubblico con battute e siparietti. Ha ragione Bollani, sei un insicuro? Non lo so, ma è vero che le mie canzoni dopo un po’ mi vengono a noia. O forse è che non voglio la responsabilità di canzoni che dicono cose così serie e allora sdrammatizzo. Poi ora, con l’andar del tempo, credo di avere una visione più chiara di cosa sia la bellezza, guardo a quello che hanno scritto i grandi cantautori e mi viene da dire, come farebbe Mastroianni: ma che ci faccio io qui? ma perché dovrei trovarmi qui? ma che ne so...
Lori Albanese
L\'Adobe Flash Player non installato o piu vecchio della versione 9.0.115!
La Cooperativa CoolClub nasce nel 2004 per dare stabilità, continuità e sostanza al lavoro svolto negli ultimi anni dall’omonima associazione culturale.Continua...