VISIONI DI CODY TRA KEROUAC E GLI ANNI '90
Scritto da osvaldo piliego    Lunedì 13 Febbraio 2012 10:50    PDF Stampa E-mail
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La visione di Cody è una band capace di mettere in ballo Kerouac e il rock anni 90. Un combo dal suono di "provincia", lontano dalle mode del momento e per questo genuino. Gritole, il loro nuovo album, è un lavoro collettivo frutto di un "comunismo reale e applicato".

Partiamo dalla scelta del nome, operazione coraggiosa mettere in campo Kerouac e uno dei suoi scritti più sperimentali. Perché?
Anzitutto non c'è niente dello stile, della storia e degli intenti di questo romanzo collegato con la nostra musica ed i nostri concetti, almeno non volutamente. Ci piaceva il suono di questo nome, l'abbiamo trovato un po' diverso dal solito e non banale. In secondo luogo è un tributo ad una corrente letteraria che amiamo! Ci piacerebbe mostrare nelle nostre canzoni la poesia, la ricerca, il viaggio e la psichedelia della beat generation.. ma voliamo bassi, che è meglio!

altLa vostra musica suona come la prosecuzione di un discorso iniziato in Italia dai Csi, ma attinge anche a molto altro...
Leggere CSI ci fa grattare un po' la testa, ma è un discorso che ogni tanto ritorna nelle recensioni, nei concerti. Quando abbiamo iniziato col primo ep c'erano le prime schitarrate dei Marta sui Tubi in via del Pratello, i dischi dei Mariposa e di Marco Parente. Già Afterhours, Massimo Volume e Marlene Kuntz ci sembravano così lontani, sempre in linea temporale. Tutti gruppi che senza il Consorzio direte voi... ma boh! Noi cerchiamo di metterci del nostro ed abbiamo anche l'arroganza di pensarci diversi dal solito. Possiamo dirti che quando scrivevamo Gritole abbiamo ascoltato molto Beirut e Bobo Rondelli.

Di cosa parla Gritole? Cos'è Gritole?
Gritole è un podere del paesino sperduto tra i monti tosco/romagnoli dove abitiamo. Parla delle radici, del momento in cui dopo essere stato via diversi anni torni a casa e fai caso a cose a cui normalmente non hai mai dato peso. Parla del rendersi conto di come si costruisce, di come si fa, con che materiale e a che scopo.

Venite da una zona molto vivace dal punto di vista musicale. Con quali gruppi siete in contatto? Quali vi piacciono? La provincia è una dimensione ideale per creare. Come la vivete?
Vivere dentro il triangolo tra Rimini, Forlì e Cesena per una band è una assoluta tragedia. Le band sono tantissime ed aggiornate, i suoni non sono mai scontati, i generi sono disparati, gli strumenti sono vintage. Insomma la concorrenza è sleale, e noi visto che siamo invidiosi siamo qui a dirvi che fanno schifo tutti. Poi trovare una band che piaccia a tutti e quattro è un impresa ancor più ardua visto che siamo soliti deriderci a vicenda per i nostri ascolti. Solo un disco dei Marquez ci mette in completo accordo. Rispetto per 64 Slices of American Cheese e i fratelli Pater Nembrot, entusiamo per i progetti superjazz di Marcello Detti e stima per il maestro Mirco Mariani dei Saluti da Saturno. In provincia sei distante da tutto e puoi decidere se rimanerlo, questa è la vera bazza. Ma c'è l'altra faccia della medaglia perché il mondo è grande e la ristrettezza mentale è una gran brutta roba. Noi sopravviviamo!

Cavalcate il confine tra rock e musica d'autore, siete capaci di essere duri ma anche di creare paesaggi sonori molto liquidi. Come vi approcciate agli arrangiamenti?
Musica d'autore l'hai detto tu, non noi, non vogliamo che s'offenda qualcuno! Quando si canta in italiano e quando i ritmi si allentano come succede spesso nel nostro caso, c'è sempre questa tendenza di tirare fuori l'autore, ma noi ci sentiamo molto di più una band. Difatti costruiamo i nostri pezzi tutti assieme dividendo in parti uguali il lavoro dell'arrangiamento, gioie e dolori. Fare tutto e tutti assieme ci sembra l'unico modo sensato di lavorare: se facesse tutto uno e gli altri si limitassero ad eseguire la parte sarebbe proprio un bello schifo individualista! Insomma il nostro lavoro è comunismo reale ed applicato...!

Osvaldo Piliego


 

 

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