LA TEMPESTA DISCHI
Scritto da Osvaldo Piliego    Giovedì 05 Novembre 2009 12:40    PDF Stampa E-mail
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Ancora una tappa, ancora un appuntamento, un salto nell’indie. Questo mese tira vento di “tempesta”, etichetta nata sotto la guida dei Tre allegri ragazzi morti che può contare su un catalogo di tutto rispetto (Moltheni, Uoki Toki, Zu, Fine before you came, Giorgio Canali e tanti altri).  Gli ingredienti sono semplici: amicizia e tanto rock and roll.

Alla soglia dei dieci anni La Tempesta dischi è una carovana di artisti molto eterogenea, ma che sembra ritrovarsi e accomunarsi per un qualche strano collegamento empatico o musicale. Ce lo sveli se esiste?

Esiste eccome. Se hai passato più ore della tua vita dentro un furgone che da qualsiasi altra parte sei già un buon candidato. Poi c’è la poesia, e la poesia non è merce. Quando capisci questo, sei a tre quarti dell’opera.

Tre allegri ragazzi morti sono sicuramente il punto di partenza e quello a cui tutto torna, da dove nasce l’idea di produrre, o comunque di investire su nuova musica?
Sai com’è, andando in giro per tanti anni abbiamo avuto l’occasione di conoscere un circuito musicale che difficilmente trovi alla radio o su Mtv. Insomma, abbiamo cercato l’unione per avere più forza. E perché crediamo profondamente nella forza sociale, politica e onirica di una canzone.

Oltre a un evidente odore di amicizia ci sono nel vostro catalogo anche un fiuto non indifferente, mi riferisco ad esempio a Le luci della centrale elettrica, come si svolge il vostro  “scouting”?
Beh, Vasco Brondi era già in odore di santità col suo demo casalingo. Non ci voleva certo fiuto straordinario per capirlo, bastava avere le orecchie pulite. Inoltre Max Stirner ci ha aiutato a coglierne lo spirito ed è stato amore vero.

Se il musicista è anche produttore, si abbatte quella sorta di gerarchia che è tipica del mercato?
L’importante è che il produttore non sia uno che viene da un altro mercato, chessò, quello delle lavatrici, senza aver mai comprato un disco in vita sua. A mio avviso in ogni settore l’esperienza è fondamentale, e chi più di un musicista può capire un musicista, oltre alle groupie?

Ci parli delle vostre ultime uscite?
Beh, c’è pronto A sangue freddo de Il teatro degli orrori. Una bomba a mano. Poi sono appena usciti Cosmetic, Fine Before You Came, Frigidaire Tango. Stanno per uscire una raccolta dei brani migliori di Moltheni ri-registrati e il nuovo album de I melt. A gennaio: Il pan del diavolo. Ce n’è.

Il disco in sé è fuori moda o credi sia un materiale resistente?
È sicuramente fuori moda, ma in fondo io continuo a vestirmi con la camicia a quadri di quando avevo vent’anni e con le Clarks. La moda è una cosa che non mi interessa.

Credi che la sopravvivenza per l’indie sia ancora e sempre nel furgone e nei chilometri?
Ah ah, ho accennato a questa cosa nella prima domanda. “Indie” è un termine che non capisco più. Se esisti, fai un buon disco, vai in giro a suonare e la gente viene a vederti, se sposti anche solo di un millimetro chi compra un tuo disco: è fatta. Non hai certo bisogno che sia Radio Deejay a farlo capire alla gente. È chiaro che un grande pubblico fa piacere a tutti e lo raggiungi coi grandi media, ma forse i grandi media non possono sbilanciarsi verso qualcosa che trovano fuori standard, perché hanno paura di perdere lo stesso grande pubblico e quindi sono un po’   fifoni. È un gatto che gioca con la coda.
Osvaldo Piliego
 

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