MIDFINGER RECORDS
Scritto da Antonietta Rosato    Lunedì 07 Dicembre 2009 16:59    PDF Stampa E-mail
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Questa volta il nostro viaggio alla scoperta delle etichette italiane sconfina per incontrare Midfingers records. Italiani ma con casa e attività a Londra questa nuova etichetta sembra non avere neanche di genere.

Midfinger è pioniera in Italia per una serie di cose, ci racconti come nasce, perché, che anni erano?
Midfinger è nata da una esigenza dei suoi fondatori per la ricerca di strade alternative a quelle convenzionali riguardo gli aspetti legati al mondo della produzione, della distribuzione e della promozione della musica. Un ruolo abbastanza rischioso ed inizialmente messo in discussione dai media di settore e dai concorrenti. Erano gli ultimi anni della inconsapevole new economy, la scena alternative caratterizzava la grande offerta di musica mainstream alternativa al pop, l’indie nostrano iniziava ad essere una concreta realtà di nicchia, tutto questo mentre le prime città venivano silenziosamente cablate in fibra ottica. Stiamo parlando dei primi anni 2000. Midfinger nasce in questi anni tra Varese e Milano, per aiutare band esordienti nello sviluppo artistico, prevalentemente in studio. Visto il periodo storico in cui abbiamo mosso i primi passi, ci è sembrato logico avere una visione innovativa e di ricerca, se non altro per differenziarci dalla massa di etichette già presenti sul mercato. Un mercato che iniziava già a mostrare una prima importante flessione. Così nel 2002, Midfinger e la sua costola Rumorerosa (booking) cercano e siglano un accordo con un colosso di quel periodo, Vitaminic S.p.a. In quegli anni Vitaminic era l’unica strada percorribile per vendere musica on-line ed una partnership con loro ci ha garantito una buona visibilità in una fase importante come quella di lancio per essere forse la prima vera net-label in Italia. Negli anni a venire ci siamo inventati gli ep ed i promo digitali per promuovere le nostre band esordienti, il Ghost Day a Varese ed i Midfinger Party in Europa.

La vostra attività è caratterizzata da un forte legame con l’estero, ce lo spieghi?
Gigi Piscitelli, mio socio in Midfinger, ad un certo punto ha deciso di trasferirsi a Londra. Dopo poco anche Giorgio Pona lo ha seguito. Grazie a questa decisione ci siamo ritrovati, non senza difficoltà ma con grande dedizione e lavoro da parte di tutti, ad avere una presenza importante a Londra, con anche uno studio di registrazione. La vera svolta verso l’estero è arrivata anche dai Midfinger Party, una serie di eventi organizzati in Europa dove band di vari paesi avevano la possibilità di esibirsi e collaborare alla promozione ed alla realizzazione. Abbiamo organizzato diversi Midfinger Party a Londra, due sono stati organizzati per i 60 anni di David Bowie contemporaneamente a Milano e Roma, grazie anche all’aiuto di DNA concerti. Il primo Midfinger Party organizzato a Berlino ha visto più di 2.000 spettatori paganti. Insomma, come dovrebbe essere per ogni progetto agli esordi, le radici sono state ben piantate grazie alla concretezza di argomenti come Live e Produzione, ovvero nel nostro caso, i Party e lo studio.

In catalogo anche piccole perle di indie italiano, ci ha particolarmente colpito il lavoro di Mimes of wine ma ci sarebbe l’imbarazzo della scelta, quali sono le vostre direttive artistiche?
Non abbiamo un genere di riferimento, piuttosto delle coordinate emozionali che devono spiccare nei dischi degli Artisti con cui collaboriamo. Parlo di originalità e capacità di emozionare. Imprescindibile invece un’alta qualità della proposta live. Nel caso di Mimes of wine tutte e tre, dal nostro punto di vista, sono state da subito evidenti.

Midfinger Rercords non è la sola attività di Midfinger, o sbaglio?
A Midfinger Records, da dicembre 2008, abbiamo affiancato anche un magazine on-line pubblicato a cadenza mensile. Midfinger Mag. Con questo magazine fotografico diamo sfogo alle nostre “altre” attività lavorative, mantenendo però una direzione creativa e di contenuti in linea con quello che è l’immaginario Midfinger. Musica live, moda, arte, illustrazioni, architettura, fotografia, party, cinema sono messe sullo stesso piano grazie all’assenza di grafica ed alla predominanza dell’immagine fotografica. Insomma un giornale on-line che racconta l’arte e la cultura ad immagini. Midfinger Records e Midfinger Mag poggiano su una solida struttura di creativi e societaria che è Souldesigner®, un laboratorio di ricerca che collabora con le maggiori agenzie ed aziende nel cercare le nuove tendenze dell’immagine fotografica, video e interattiva.

Quali sono, secondo te, le differenze più grandi tra il mercato italiano e quello inglese?
Trovo che il mercato Italiano sia ancora caratterizzato dal prodotto mainstream inteso nel senso più conservativo e pop del termine. Vuoi per l’attenzione che i programmatori artistici delle radio e tv dedicano ai contenuti musicali, vuoi per la poca voglia di rischiare delle etichette che detengono le grandi quote di mercato. L’indie è ancora una nicchia da sviluppare, ma che soffre le ambizioni personali dei musicisti, dei discografici e degli addetti ai lavori, che troppo spesso cedono alle lusinghe della scorciatoia televisa o della major di turno, perdendo così fascino, identità e in certi casi addirittura forza verso il pubblico dei sostenitori fondamentali.
In UK invece capita molto più spesso che una band emergente faccia il cross-over in un mercato mainstream, entrando in classifica ma proponendo musica molto diversa da quella programmata in precedenza dalle radio. L’innovazione viene premiata dagli addetti ai lavori, che in qualche modo educano così il pubblico all’ascolto e ad amare le novità. Trovo sia inutile piangersi addosso, credo piuttosto che per un’etichetta Indie che produce musica con testi in inglese sia importante pensare di fare le valigie e spostarsi all’estero. L’Inghilterra ha un mercato discografico duro, pieno di grandi investimenti e di nomi importanti, dove è davvero difficile avere visibilità. Penso che Midfinger, dopo anni, si stia ancora muovendo a piccoli passi tra i punti di riferimento della discografia mondiale, ma trovo che sia stato fondamentale per noi questo passaggio, che ci ha dato la credibilità per firmare artisti come Agaskodo Teliverek e Jeniferever o per collaborare con Andy Savours alla produzione del primo disco dei Drink To Me. Piccoli passi dicevo, ma sul suolo inglese.

Questo numero di Coolclub.it è dedicato ai “complotti”. Qual è secondo te il più grande complotto della storia della musica?
Non saprei di preciso, come prima cosa ti direi Payola negli USA. Ovvero l’uso comune tra emittenti radiofoniche nel chiedere soldi alle etichette discografiche, o forse viceversa, l’uso comune delle etichette discografiche di pagare i dj delle emittenti per programmare determinati brani. Non so se si possa parlare di complotto ma sicuramente fu un grande scandalo che evidenziò uno dei principali mali del sistema musica. Per restare nel nostro paese forse quello della casa editrice che vendeva enciclopedie da acquistare come biglietto d’ingresso per potersi accreditare alle selezioni tv dello zecchino d’oro.
Antonietta Rosato
 

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