Le voyage imaginaire d'Hugo Pratt

Pinacothèque de Paris


Viaggi e viaggi. E ancora viaggi.

Chine, acquerelli e carta.
Lacerata, presa qua e là, ma sempre imbrattata con chiazze di quei colori dell'anima di chi vede, anzi vive, il mondo.
Questo è Corto Maltese, ma soprattutto questo è Hugo Pratt.
Una mostra, quella presso la Pinacothèque di Parigi, che tutti dovrebbero vedere. Un "tutti" in senso lato, latissimo, dal bambino abbagliato dalla semplicità del tratto di aerei e gabbiani, a chi è convinto che, dopotutto il lavoro di Pratt sia solo giornalettismo.
"Questa è una grandissima stronzata".
Queste le parole dell'Artista ad un Vincenzo Mollica basito ed esportato per l'occasione, su un maxischermo sottotitolato in francese ed inglese, in modo che anche Oltralpe ed Oltremanica possano capire che il Maestro di Malamocco non ha mai amato mezze misure.
Tanto trasparenti i colori, tanto nette le sue chine e le sue parole.
Immagini vivissime ancora oggi, quando Pratt rievoca i primi stimoli artistici ricevuti a Venezia, in un tourbillon di vecchie riprese in italiano, francese ed inglese, sempre sottotitolate all'occorrenza e che vanno a scavare tra quelle vecchie pellicole che hanno ripreso le sue matite in giro per il globo.
Una postazione audio video che si frappone tra corridoi dove chine ed acquarelli, in un atmosfera buia, risaltano agli occhi con le loro cromie talvolta accese, talvolta flebili come la delicatezza di un marinaio che spesso uccide, ma che altrettanto spesso salva numerose vite nel suo peregrinare, senza far caso alla dicotomia buoni o cattivi.
"Una ballata del mare salato", poi, domina una sola sala: tutte le tavole, in sequenza, pannello dopo pannello, vanno ad impreziosire una mostra di rara bellezza, in cui le donne, i viaggi e Corto sono i temi che caratterizzano ogni teca, spesso impreziosita da lavori inediti, datati sino all'ultimo anno di vita di Pratt.
Una mostra di particolare fascino ed accuratamente curata, dove l'alto livello delle opere di Pratt emerge chiaramente anche a gli occhi di chi profanamente si avvicina ai lavori, tra quei diafani inchiostri che fanno affiorare una italica Venezia con la sua simbolistica favola.

Giuseppe Calogiuri

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